Rottamare i piccoli alberghi. La strana tesi del Ministero

Ascesa e declino di un'idea bislacca rilanciata da un Ministero senza visione e da un Piano di sviluppo del turismo in Italia, "pensato" in America

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  1. Comincio questa storia dalla fine. Oggi ho letto una news che riporto e che spiega il perchè della strana tesi della rottamazione. Letta questa news, se il tema vi interessa troverete i testi con i quali avevo cercato, pochi giorni fa, di ricostruire l'intera vicenda.

    "Il Piano Strategico del Turismo (dossier di oltre 250 pagine) è pronto. Il ministro Gnudi lo sta inviando per le osservazioni ai sindacati d’impresa e a tutte le associazioni del comparto. Verrà poi sottoposto al Consiglio dei Ministri per la definitiva approvazione. Il “Piano” sarà quindi ufficializzato nel corso della Conferenza Nazionale del Turismo prevista a gennaio, prima della Bit di Milano. Ecco i principali passaggi. Trasformazione dell’Enit-Agenzia in SpA con capitale pubblico (51%) e privato (49%). Sostituzione dell’imposta di soggiorno con una tassa di scopo nazionale seguendo criteri di applicazione uniformi in tutto il Paese. “Rottamazione” di strutture ricettive ormai fuori mercato e la loro trasformazione in residence o case-vacanze con diversa normativa regolamentare. (U.T news).


    Dunque rottamare alberghi per farne residence o case vacanza. Una speculazione bella e buona che genererà grandi periferie come regolarmente avviene quando chiudono gli alberghi e al loro posto esplodono le case per turisti.

  2. Ecco cosa ho scritto sul tema in un mio libro di un paio di anni fa. "La proposta riecheggia un dibattito non nuovo nel settore, più precisamente datato anni ’90, quando un noto Istituto di Ricerca propose alla Regione Emilia Romagna di rottamare i piccoli alberghi[1]. Allora la proposta, rottamando gli hotel, intendeva trasformare radicalmente il sistema alberghiero della costa introducendo nuovi alberghi di almeno 100 camere, e intendeva così agevolare “la discesa in riviera di grandi catene”. Più di recente, nel 2006, all’epoca del Governo Prodi la proposta è stata ripresa dall’allora Ministro Bersani. “Rottamare gli alberghi per il futuro del turismo” è il titolo di un articolo del Sole 24 Ore[2] nel quale si spiega che la proposta di Bersani aveva come obiettivo quello di innalzare la qualità dell’offerta turistica.

    La proposta è stata successivamente ripresa dallo Studio Ambrosetti nel 2007 che la metteva tra le cinque proposte non più procrastinabili in una visione di strategia nazionale: oggi il sistema ricettivo italiano si presenta nel complesso con standard non in linea con le richieste del mercato. E’ necessario un generale ammodernamento e innalzamento qualitativo dell’offerta – una rottamazione – sostenuto anche attraverso specifiche agevolazioni e incentivi[3].

    Nello specifico lo Studio Ambrosetti suggeriva una generale ristrutturazione delle strutture ricettive, sostenuta anche eventualmente da agevolazioni fiscali (sull’esempio della deducibilità per le ristrutturazione delle abitazioni) al fine di migliorare/ammodernare l’offerta complessiva aumentandone gli standard qualitativi e rendendoli più in linea con le richieste del mercato. Secondo alcune stime, la quota di alberghi che dovrebbe essere oggetto di ristrutturazione è di circa il 50% per ristrutturazioni profonde (es. rifacimento camere, ambienti comuni, ecc.) che sale fino al 90% per ristrutturazioni più leggere (es. interventi di restyling,ammodernamento strutture, ecc.)[4].

    In quello stesso anno si stimava che nella sola Rimini gli alberghi da rottamare fossero 48[5].

    L’idea della rottamazione dei piccoli alberghi benché criticata da più parti[6], come abbiamo già visto, ha continuato ad essere ripresa e riproposta, anche con alcune varianti.


    [1] Il Resto del Carlino, 4 novembre 1998.

    [2] “Affari e Finanza” del 23 10 2006.

    [3] Sistema Turismo Italia, proposte per essere vincenti, Ambrosetti 2007.

    [4] Rapporto Ambrosetti 2007.

    [5] “Quando l’albergo va rottamato” il Ponte 18 novembre 2007.

    [6] Rottamare i piccoli hotel: una sciocchezza, il Denaro (denaro.it) 15 febbraio 2007.


    Nel libro sostenevo questa tesiQueste affermazioni affrontano una questione che è reale, ma la giudicano sulla base di non pochi pregiudizi

    In Italia continua a resistere un vero e proprio pregiudizio, o quantomeno una “inerzia cognitiva” per usare una espressione di Ilvo Diamanti[1], per la quale molti addetti ai lavori ritengono che “piccolo” equivalga a “struttura non di qualità”, a “grande incompiuto”.

    Si ritiene che piccoli e piccolissimi alberghi siano refrattari alla Qualità certificata, anche se vi sono casi di eccellenza che dimostrano il contrario[2].

    Si sostiene che le imprese ospitali di dimensione ridotta siano una anomalia del sistema turistico italiano, anche se i dati non dicono assolutamente questo.

    Tra i pregiudizi vi è anche l’idea che:

    -       i mercati internazionali esigano solo standard internazionali, cioè esigano gli standard delle catene alberghiere,

    -       i T.O. vogliano solo alberghi di grande dimensione con centinaia di camere.

     

    Molti “esperti” considerano la grande dimensione come l’unica in grado di stare nel mercato

    Tra le conseguenze di questa situazione abbiamo che:

    a.       La formazione nel settore è in gran parte a misura dei grandi, ed i profili professionali proposti tendono alla iperspecializzazione,

    b.      La letteratura e la manualistica suggeriscono ai gestori dei piccoli alberghi di ragionare “in grande”, di imitare i grandi complessi e di fare le cose che fanno i grandi (naturalmente in scala ridotta),

    c.       Le normative non distinguono, e così chi ha meno di 20 camere deve realizzare adeguamenti previsti per chi ha oltre 100 camere; né esistono sistemi di classificazione su misura per le piccole dimensioni.


    Certo non potevo prevedere che queste tesi finissero nel Piano strategico nazionale


    [1] “Non è facile cambiare chiave di lettura” Ilvo Diamanti in “L’impresa forte” di Paolo Preti e Marina Puricelli, Egea 2007.

    [2] cfr l’elaborato di Daniela Cini contenuto in questo volume, dove si cita il Consorzio dei Piccoli Alberghi di Qualità di Rimini che nel 2002 ha ottenuto la Certificazione ISO 9001:2000 rilasciato dal CSI-CERT.



  3. Purtroppo c'è chi dà ragione a queste tesi.
  4. -
  5. Ma per fortuna c'è anche chi è contrario
  6. Concludo
  7. Segnalo questo post, sullo stesso tema
  8. Ed ecco qualche commento
  9. Sono terribilmente irritata, non è possibile che si continui in questa direzione !:-( e non è da oggi purtroppo questa è la legislazione di principio che vogliono reiintrodurre, mortificare le autonomie e standardizzare l'offerta turistica. Liberateci dai tecnici!
  10. tutto questo rientra nella logica del governo dei tecnocrati banchieri..cercare di togliere ossigeno ai piccoli per dare più potere ai grandi gruppi che sono più facilmente controllabili e manovrabili..che tristezza! così si cancella uno dei punti di forza del turismo italiano: l'ospitalità a dimensione familiare!!
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