As seen onFavicon for undefinednull

Scuola pubblica condannata a morte - Rassegna stampa

Di seguito una selezione di articoli riguardanti lo stato comatoso in cui si trova la scuola pubblica italiana che ne documentano le politiche di smantellamento dei Governi, da quello del ministro Luigi Berlinguer in poi, nessuno escuso.

Embed

  1. Le piace la “Buona scuola” del governo? «Mi sembra vaga. Quali risorse? Quali tempi? Ho l’impressione che sia un passo nel vuoto» (. .... )

    Renzi riuscirà a riformare la scuola? «C’è sicuramente più comprensione rispetto al passato, ma si deve capire dove e come riformare. Antonio Ruberti, ex ministro della Pubblica Istruzione, usava la formula “suscitare attese”, annunciare cose che non si possono realizzare. Ho questa stessa impressione leggendo la “Buona Scuola”. Sono buoni annunci, ma vengono ignorati i meccanismi di realizzazione». Si possono assumere 148 mila precari in un anno? «No, è fuori dalla realtà per ragioni finanziarie. Non si sa dove possano essere recuperati nel bilancio del 2015».

    (...) È giusto assumere in blocco i precari delle graduatorie ad esaurimento? «Anche questo aspetto mi sembra discutibile. Si dice: assumiamo tutti. In realtà, molti precari sono bravi, molti no. Hanno insegnato con mille difficoltà. E’ stato impossibile per loro aggiornarsi». Si possono lasciare fuori gli insegnanti che si sono abilitati negli ultimi anni e gli idonei dell’ultimo concorso? «Comprendo le loro proteste. Hanno ragione. Sono i sopravvissuti che vengono così lasciati ancora nell’indeterminatezza. Servivano concorsi con cadenza biennale, come del resto era previsto dalla legge».

    Basta un riconoscimento di 60 euro per motivare i nostri professori? «Da ministro feci avere un aumento di 100 euro. L’Ocse dice che c’è una relazione tra retribuzione economica e produttività. Il deprezzamento finanziario attrae solo santi missionari». La convince il sistema di valutazione degli insegnanti? «Mi lascia perplesso così come la parte che riguarda i presidi». (...)

    L’inglese della “Buona scuola” sarà sempre quello di Nando Mericoni, americano che parla come i sonetti del Belli? «Nel piano del governo si dice che bisogna studiare più lingue straniere, ma gli insegnanti alle elementari non ci sono. Manca la competenza. Si è provato a formare docenti d’inglese con 50 ore, purtroppo non è così che si impara a insegnare». L’inglese di Renzi è l’ultima polverosità della politica? «Utilizzato in quel modo è inutile, ma ci fa sentire più sicuri, ci veste di internazionalità a buon mercato. Non è altro che il latino usato dall’Azzeccagarbugli con Renzo. Chi sa parlare davvero l’inglese ha imbarazzo a parlarlo».

    Nella “Buona scuola”, che De Mauro ha letto, c’è il diluvio dell’inglese, l’alluvione dello slang manageriale: comfort zone, problem solving, design challenge, digital divide, gamification, nudging, digital makers, hackathon, la nuova antilingua che imbroglia ma non spiega. I neologismi illuminano o oscurano? «Credo che il nostro premier ricorra ai neologismi perché gli mancano le parole o non vuole usare le parole giuste».
    È la supplentite la sciagura della scuola? «La sciagura non sono i supplenti, ma i vecchi programmi, l’aggiornamento, i bassi stipendi, la confusione amministrativa».

    (...) Perché la scuola è irriformabile? «Non si è mai riuscita a riformare perché la classe politica, imprenditoriale ha sempre nutrito una diffidenza verso l’istruzione. Queste classi non amano la crescita del livello d’istruzione. Norvegia e Finlandia erano paesi poveri ma hanno puntato sull’istruzione a partire dalla bellezza degli edifici. Qui gli unici edifici di valore sono quelli di Reggio Emilia e Ferrara». Non sono le stesse parole di Renzi? «Giuseppe Bottai che era un razzista, ma un grande ministro, per i primi sei mesi preferì ispezionare le scuole senza nessun preavviso. Questo significa andare a vedere seriamente le scuole». Il primo giorno di scuola con i ministri è stato solo passerella? «No. E anche se fosse, meglio questa passerella che Porta a Porta».

    Le riforme si condividono? «In Francia è stata fatta una consultazione sulla scuola, ma vennero prima formulate le domande. È stato un metodo serio. La consultazione di Renzi non mi sembra seria». Detesta la velocità? «La politica deve essere veloce, ma la velocità è diversa dalla fretta. C’è la voglia di accelerare di affrettarsi per poter spendere eventualmente questi provvedimenti in una competizione elettorale».









  2. L’Intra moenia entra al liceo

    —  Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, COSENZA, 27.1.2014
    Scuola. Corsi di recupero tenuti dagli insegnanti dell’istituto dietro compenso privato e «volontario»; prestiti "agevolatissimi" alle famiglie grazie all'accordo con Banca Carime. Il contestato esperimento dello scientifico «Fermi» di Cosenza


    C’è un lati­ni­smo dal suono dolce e lieve che meglio d’altro com­pen­dia quel lento pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione sociale che pare irre­ver­si­bile. Quella «moder­niz­za­zione senza svi­luppo» su cui dis­ser­tava Paso­lini. L’intra moe­nia (let­te­ral­mente, tra le mura) è stato in que­sti anni il gri­mal­dello con cui la sanità pri­vata ha scar­di­nato quella pub­blica, quella con­ge­rie di pre­sta­zioni ero­gate al di fuori del nor­male ora­rio di lavoro dai medici di un ospe­dale, mediante l’utilizzo di strut­ture ambu­la­to­riali e dia­gno­sti­che dell’ospedale stesso, a fronte del paga­mento da parte del paziente di una tariffa. Il diritto alla salute pie­gato così alle logi­che del mer­cato, alla cul­tura d’azienda, alla discri­mi­na­zione di classe. Con la for­bice che si è allar­gata sem­pre più tra ceti abbienti e meno abbienti, tra nord e sud. E pro­prio un lembo del Mez­zo­giorno, fal­ci­diato da decenni di poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, è diven­tato in que­sti mesi labo­ra­to­rio di un qual­cosa che pareva indi­ci­bile sinora: il regime intra moe­nia nella scuola pubblica.

    PUB­BLICA DISTRUZIONEForse è un caso, ma que­sto espe­ri­mento della scuola che verrà mette radici in un liceo scien­ti­fico dedi­cato a Enrico Fermi, in via Isnardi, a Cosenza. È qui che in autunno la pre­side, Michela Bilotta, durante il con­si­glio d’istituto ha pro­po­sto di effet­tuare corsi di recu­pero per gli alunni in dif­fi­coltà, uti­liz­zando gli stessi docenti che al mat­tino pre­stano ser­vi­zio die­tro com­penso pri­vato e «volon­ta­rio» delle fami­glie. È la rot­tura di un tabù. Dopo aver tagliato le disci­pline, alleg­ge­rito i pro­grammi, immi­se­rito la didat­tica, si teo­rizza adesso la fles­si­bi­lità della conoscenza.
    Tutto si può com­prare. Anche la lezione in un liceo sta­tale, anche un’attività extra­cur­ri­co­lare. La scuola pub­blica ridotta così a nego­zio pri­vato. Con l’acquiescenza dei par­titi del cen­tro­si­ni­stra locale (Pd in testa), e il silen­zio della mini­stra Car­rozza. Unica orga­niz­za­zione a destarsi dal tor­pore è la Cgil, con la com­bat­tiva cate­go­ria della Flc. «La vicenda dell’intra moe­nia è solo la punta dell’iceberg di quello che avviene al “Fermi” e abbiamo con chia­rezza affer­mato all’ispettore mini­ste­riale che la diri­gente potrebbe non essere ade­guata a una scuola così com­plessa. Sta pro­vando a com­piere una spe­ri­co­lata ope­ra­zione dal sapore clas­si­sta ed esclu­dente — afferma Pino Assa­lone, segre­ta­rio pro­vin­ciale della Flc — che si accom­pa­gna a una con­ven­zione sti­pu­lata con la Banca Carime per finan­ziare un pre­stito a ‘con­di­zioni age­vo­la­tis­sime’ per far fronte alle spese per i corsi di soste­gno stu­dio. È un invito alle fami­glie a inde­bi­tarsi per pagare le atti­vità pro­messe dalla scuola». In spre­gio alla Costi­tu­zione, alla legge ordi­na­ria e ai con­tratti col­let­tivi. Da parte di quella stessa diri­gente che un anno fa voleva tra­sfe­rire le ore di edu­ca­zione fisica in una pale­stra pri­vata. Ovvia­mente a paga­mento. Per fre­nare que­sta deriva pri­va­ti­stica e quest’attacco all’istruzione, la Cgil ha sol­le­ci­tato e otte­nuto (a fatica) l’arrivo degli ispet­tori del Miur. «L’organizzazione pri­va­ti­stica nel corpo di una strut­tura pub­bli­ci­stica, è una vio­lenza — tuona Sil­vio Gam­bino, che inse­gna Diritto Costi­tu­zio­nale all’università della Cala­bria — che mina la solenne regola della gra­tuità e dell’obbligatorietà. L’istruzione è un diritto sociale e se le risorse non bastano si cer­chi la col­la­bo­ra­zione con comuni e Regione». Gli fa eco il col­lega Raf­faele Per­relli, che dirige il dipar­ti­mento di Studi Uma­ni­stici: «Que­sto è nient’altro che dar­wi­ni­smo sociale che com­prime l’uguaglianza. Nella scuola è in atto lo stesso pro­cesso che nella sanità è già in fase avan­zata. Si far­fu­glia il solito man­tra della crisi, dei prezzi cal­mie­rati. E, intanto, si comin­cia a limi­tare un diritto fon­da­men­tale. Un altro bene comune è così messo in discus­sione. E il “Fermi” fa da apri­pi­sta a que­sta invo­lu­zione». Nel men­tre, a via Isnardi, l’aria è sem­pre più pesante. Tra prov­ve­di­menti disci­pli­nari con­tro i docenti non alli­neati, e un’attività didat­tica poco serena.

    LE VOCI DEL “FERMI”«Oggetto: Accordo con Banca Carime per finan­zia­mento a corsi di sostegno/studio. Si infor­mano gli stu­denti e le loro fami­glie che la Banca Carime ha accolto la richie­sta del Diri­gente Sco­la­stico circa la pos­si­bi­lità di finan­zia­menti a con­di­zioni age­vo­la­tis­sime». Sì, c’è scritto pro­prio così in una infor­ma­tiva inviata lo scorso 17 otto­bre dalla pre­side al restante corpo sco­la­stico. La nota pre­cisa che «viene offerta la con­ces­sione di un fido avente l’importo mas­simo di 1.000 euro con gestione su conto cor­rente QUBI e tasso deb. di 3,22%». Dif­fi­cile, a que­sto punto, smen­tire che le scuole pub­bli­che ita­liane siano diven­tate aziende a tutti gli effetti.
    Con­fu­sione, paura, scon­certo tra gli stu­denti che escono dal liceo al suono della cam­pa­nella. Drib­blano i cro­ni­sti, fanno pre­sente che sono stati i loro stessi com­pa­gni, rap­pre­sen­tanti in con­si­glio d’istituto, a denun­ciare d’aver subito atti di ritor­sione per il sem­plice fatto di essersi schie­rati con­tro l’intra moe­nia. In quella seduta è stata boc­ciata l’ipotesi di rego­la­mento attua­tivo dei corsi di recu­pero a «libera pro­fes­sione» che però rimane in piedi, per­ché appro­vata da una pre­ce­dente riu­nione del con­si­glio d’istituto. Dura presa di posi­zione di Ate­neo Con­tro­verso, labo­ra­to­rio poli­tico degli stu­denti dell’università della Cala­bria: «Que­sto fatto va al di là dei corsi a paga­mento o di scelte poli­ti­che legate ai per­corsi for­ma­tivi, que­sto va a ledere i diritti della rap­pre­sen­tanza e degli stu­denti. Quale garan­zia di demo­cra­zia in que­sta scuola?».
    Ma i più sec­cati sono i geni­tori degli alunni. A un primo timido docu­mento di soste­gno all’operato della diri­gente, ha repli­cato una nota duris­sima fir­mata dalle fami­glie schie­rate con­tro i corsi intra moe­nia che segna­lano la grave dise­gua­glianza che si veri­fi­che­rebbe tra ragazzi e ragazze pro­ve­nienti da situa­zioni eco­no­mi­che diverse. E soprat­tutto, i geni­tori chie­dono il rispetto della legalità.
    Tra di loro c’è la pro­fes­so­ressa Nata­lina, pre­ca­ria nella scuola media da 15 anni, che viag­gia da una sede all’altra della ster­mi­nata pro­vin­cia cosen­tina. «Non voglio che riporti il mio cognome — spiega — per­ché mi preme che mia figlia fre­quenti serena la sua scuola. Ma quello che mi fa indi­gnare di più, è il modo col quale la diri­genza di que­sto liceo ha moti­vato l’assurda sto­ria dei corsi di recu­pero a paga­mento. Dice che così vuole con­tra­stare il ‘mer­cato nero’ del dopo­scuola pri­vato. È la solita mali­gna piroetta all’italiana. Così si tenta di giu­sti­fi­care una scelta sba­gliata, amman­tan­dola addi­rit­tura di egua­li­ta­ri­smo, sca­ri­cando odio e ran­core con­tro quelle migliaia di inse­gnanti pre­cari che gra­zie alle poche ore di lezioni pri­vate rie­scono a soprav­vi­vere. È come se per con­tra­stare il busi­ness delle agen­zie di viaggi che lucra sulle gite sco­la­sti­che, la scuola si dotasse di una pro­pria agen­zia interna, oppure per boi­cot­tare il ver­go­gnoso mer­cato dei libri di testo, ogni scuola aprisse una sua casa edi­trice e li ven­desse in proprio».
    Tra i docenti, i toni non sono più sereni. A gui­dare la pro­te­sta con­tro le scelte della diri­gente, il pro­fes­sore Fran­ce­sco Gau­dio (Rsu della Cgil/Flc) che, insieme a due col­le­ghe, ha rice­vuto dalla diri­gente la fami­ge­rata «riser­vata» con prov­ve­di­mento disci­pli­nare a loro carico avverso il quale è stato pre­sen­tato ricorso al giu­dice del lavoro. In appa­renza la moti­va­zione del prov­ve­di­mento non è legata alla vicenda dei corsi pri­vati. Si rife­ri­sce, infatti, al rifiuto di assu­mere delle fun­zioni che per legge sono facol­ta­tive. L’anno scorso era stato il sena­tore Gio­vanni Baroz­zino (Sel) a rac­co­gliere le tante denunce dei sin­da­cati, pre­sen­tando un’interrogazione alla mini­stra Car­rozza. Che s’è guar­data bene dal rispondere.

    /ilmanifesto.info/lintra-moenia-entra-al-liceo



    Insegnanti, sindacati uniti contro il blocco del contratto

    —  Ro. Ci., 15.9.2014


    I sin­da­cati mag­giori della scuola si stanno invece mobi­li­tando con­tro il blocco del con­tratto nella scuola. Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola hanno lan­ciato la cam­pa­gna #Sbloc­ca­con­tratto, una rac­colta di firme del per­so­nale della scuola. Secondo la Uil dal 2015 non varrà più l’anzianità dei docenti e fino al 2018 non par­tirà il mec­ca­ni­smo degli aumenti per merito. Per i docenti si pro­spetta zero euro di aumento in busta paga per altri tre anni. Il governo Renzi rispar­mie­rebbe sulle loro spalle un miliardo di euro.
    Una situa­zione che aggra­verà la situa­zione eco­no­mica non certo rosea dei docenti che gua­da­gnano in media il 30% in meno rispetto ai loro col­le­ghi euro­pei, e metà di quelli tede­schi. Per l’Anief entro tre anni i docenti (fissi o neo-assunti) ver­ranno ridotti alla con­di­zione di un nuovo pro­le­ta­riato cogni­tivo. Un destino riser­vato a molti sta­tali, ma non alle forze dell’ordine che con tutta pro­ba­bi­lità otter­ranno gli aumenti negati agli altri. Una discri­mi­na­zione che fa indi­gnare il mondo della scuola.
    A dimo­stra­zione della rin­no­vata cen­tra­lità poli­tica del sala­rio degli inse­gnanti – sul quale il governo Renzi intende rea­liz­zare il suo pro­getto di auste­rità e spen­ding review – si può citare anche una pre­vi­sione della Gilda. Un docente che, a set­tem­bre 2016, entrerà nella classe di anzia­nità “21”, dovrà atten­dere il 2018 per otte­nere di avere il mini­scatto da 60 euro pro­messo da Renzi in base al suo merito. E il 2021 per otte­nerne altri 60. Ma sem­pre che rien­tri nella quota pre­sta­bi­lita in maniera arbi­tra­ria del 66% dei docenti meritevoli.
    Nel frat­tempo avrà perso oltre 5 mila euro tra il 2016 e il 2021 (120 euro al mese dal 2016 al 2018 e 60 euro al mese dal 2018 al 2021). Se, invece, non avrà matu­rato gli “scatti di com­pe­tenza” per­derà una cifra ancora supe­riore. Il rispar­mio così rea­liz­zato dal governo sul suo sala­rio verrà giu­sti­fi­cato in base alla meri­to­cra­zia, intesa come una forma di giu­sti­zia tra­scen­den­tale inap­pel­la­bile, e non per quello che è con­cre­ta­mente: l’esproprio del valore del lavoro di un inse­gnante da parte dello Stato.
    Di tutt’altro taglio è la cri­tica della destra ber­lu­sco­niana che con l’ex mini­stro Gel­mini, che ha tagliato 8,4 miliardi di euro alla scuola e 1,1 all’università, coglie un punto rile­vante del «patto edu­ca­tivo» Renzi-Giannini. Per Gel­mini il governo «sba­glia se assume i pre­cari». Il giu­di­zio non è dovuto solo al signi­fi­cato per­so­nale attri­buito al con­cetto di “meri­to­cra­zia” (i pre­cari non sareb­bero “meri­te­voli” dell’assunzione, dicono Capez­zone e Gar­dini di Forza Ita­lia). Gel­mini sostiene che la sua «riforma» ha abbas­sato il rap­porto studente/docente tagliando le cat­te­dre. Renzi invece lo aumen­terà, ma solo 50 mila docenti (su 150 mila) tro­ve­ranno una cat­te­dra. Non ripri­sti­nando i posti tagliati, l’attuale governo sta facendo un’altra ope­ra­zione: 100 mila per­sone assunte nel 2015 costi­tuirà un eser­cito cogni­tivo di riserva e rispon­derà alle esi­genze dei pre­sidi, non a quelle della didat­tica o degli stu­denti. Gel­mini ha con­fer­mato il suo parere posi­tivo sul resto della riforma che risponde ai cri­teri da lei sta­bi­liti nell’ex dise­gno di legge Aprea. Una riforma da “lar­ghe intese”.

     http://ilmanifesto.info/insegnanti-sindacati-uniti-contro-il-blocco-del-contratto 
Like
Share

Share

Facebook
Google+