La buona scuola secondo Renzi, Giannini, Aprea, Ghizzoni, Gavosto...

Rassegna critica sulle linee guida contenute nel documento "La buona scuola" pubblicata on line il 3 settembre 2014

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  1. TTIP, libero scambio? No, protezionismo per le multinazionali

    Comidad - Martedì 18 Novembre 2014

    A distanza di sette anni dall'avvio del negoziato, ed in prossimità della scadenza del 2015, finalmentela questione del TTIP(Transatlantic Trade and Investment Partnership, la "NATO economica") sta arrivando a conoscenza della gran parte della pubblica opinione. Quando i giochi sono già fatti, e tutto è stato deciso, allora è il caso di dare avvio al "dibattito democratico", anche se con gli opportuni accorgimenti. I post sulle testate online sono infatti equamente distribuiti tra favorevoli e contrari, in modo da fornire l'impressione di un
    equilibrio. Se un'opinione vale l'altra, questo TTIP non sarà poi così spaventoso da giustificare certe preoccupazioni. In tal modo, anche i sette anni di segretezza diventano un dettaglio trascurabile. Queste tecniche di manipolazione puerili, ma sempre efficaci, vengono messe in atto in questo periodo anche per la "riforma" della Scuola. Il governo Renzi ha spinto la finzione al punto da allestire uno sportello di "ascolto" per le proposte dei cittadini. La "Buona Scuola" di Renzi siconcede un bagno di democrazia, e molti cittadini, pur consapevoli di non contare nulla, si offrono volentieri all'abluzione rituale.Si tratta poi dello stesso Renzi che ha dichiarato il suo appoggio "incondizionato"all'iniziativa del TTIP. A fronte di un negoziato ufficialmente ancora in corso, un aggettivo come "incondizionato" risulta piuttosto pesante da parte di un capo di governo, poiché compromette l'esito della trattativa. In altri tempi una tale dichiarazioneavrebbe configurato il reato di alto tradimento, cioè la conclamata volontà di non tenere conto degli interessi del proprio Paese pur di compiacere il cosiddetto "alleato". Ma oggi unPresidente del Consiglio" può permettersi di sbracare tranquillamente, tra i canti di laude dei cori angelici della stampa ufficiale.Il fatto grave è che l'aggettivo "incondizionato" non è semplicemente una delle tante boutade renziane, ma si riferisce proprio all'aspetto cruciale del TTIP, che non riguarda certo la libera circolazione delle merci. I dazi in vigore nell'interscambio commerciale USA-EU sono già bassissimi, e potevano essere pacificamente aboliti senza bisogno di un ulteriore trattato. Ma la diatriba storica tra protezionismo e liberoscambismo è puramente di facciata, e serve solo a gettare fumo negli occhi. Il cosiddetto "liberoscambismo"non è altro che uno slogan di copertura per una forma più subdola e aggressiva di protezionismo, dato che i vari trattati di "liberoscambio" - dal WTO, al NAFTA al costituendo TTIP - sono costellati di clausole tendenti a favorire, in modo palese o occulto, le compagnie multinazionali.Il punto cruciale del TTIP riguarda infatti la normativa di protezione degli interessi delle multinazionali,a cui verrebbe concesso anche il privilegio di citare in giudizio gli Stati che danneggino i loro interessi, eventualmente con legislazioni a favore dell'ambiente o del consumatore.Un privilegio del genere non verrebbe mai concesso ai comunicittadini, ma alle multinazionalisì. Nessun pensionato potrà mai citare in giudizio lo Stato per la riforma Fornero, e nessun disoccupato potrà trascinare Renzi davanti ad un giudice per il "Jobs Act".L'uguaglianza davanti alla Legge è sempre stata un mito, ma è interessante il fatto che si voglia seppellire persino il mito con un apposito trattato.Nella ricorrenza del venticinquennale della Caduta del Muro di Berlino, sta diventando popolare anche da noi un luogo comune che circola da tempo nei Paesi dell'Est Europa, secondo il quale i regimi comunisti mentivano sul comunismo, ma dicevano la verità sul capitalismo. In realtà la menzogna era più complessiva e insidiosa, poiché il cosiddetto "socialismo reale" condannava sì il capitalismo, ma offrendone nel contempo un'immagine piuttosto edulcorata e rassicurante, un celebrativo ritratto "nature", uno scenario suggestivo di competizione selvaggia e di individualismo sfrenato. Al contrario, il "capitalismo reale" costituisce uno squallido fenomeno di criminalità comune, che nel corso dei secoli si è specializzato nel rivendicare e ottenere ogni tipo di assistenza e protezione da parte dello Stato. Mentre gli economisti ci narrano la fiaba del mercato, le multinazionali praticano la predazione assistita dallo Stato.Oggi improvvisamente si scopre l'acqua calda, e cioè che l'attuale presidente della Commissione Europea - quella mezza figura di Juncker-, può vantare come suo unico merito quello di essere stato per anni a capo di un Paese, il Lussemburgo, diventato un paradiso fiscale per le multinazionali. Allo scopo di favorire l'evasione, per Juncker ogni espediente era buono, sia "legale" che fraudolento. Altro che "burocrate"! Anzi, uno Juncker missionario dell'assistenzialismo per ricchi.
  2. Articolo pubblicato martedì 4 novembre 2014, Il Manifesto.

    Così il «pensiero unico» ha distrutto l'istruzione.
    Un massacro bipartisan.

    Come l'istruzione sia concepita dal punto di vista diun'ideologia di destra è comprensibile, e ben noto, al lettore anche solo unpo' attento alla politica. Ma sull'università il discorso è ancora più semplicee si potrebbe riassumere così: roba da ricchi. E pazienza se qualcunoparticolarmente geniale riesce a «bucare» il blocco proveniendo dai cetiinferiori. Uno su mille ce la fa, cantiám pure anche noi. Del resto è latesi palesemente dichiarata da molti. Un solo esempio: in «Facoltà di scelta»,di Ichino e Terlizzese, si sostiene candidamente che l'istruzione superiore èun lusso che deve essere pagato dagli utenti. Dunque è, appunto, roba daricchi.
    Una visione di sinistra come dovrebbe essere? Anche qui, per ragioni di spazio,ricorriamo a uno slogan: l'università come ascensore sociale. Manca lacanzonetta, ma speriamo che prima o poi qualche nostro cantore provveda. Persostenere questo assunto non c'è bisogno di fare riferimento a posizioni diaccentuata sinistra: è più o meno quanto si dice nella pacata formulazionedegli artt. 3, 33 e 34 della Costituzione. Basta cioè un approccio, vogliamodir così, illuminista?
    Ora, come è messa la nostra università pubblica? La più recente analisi Ocse cidescrive agli ultimi posti nell'investimento sull'istruzione superiore, nelrapporto-docenti/studenti, nel numero di atenei, e con una percentuale dilaureati che ci vede ultimi in Europa. La spesa per studente è sotto la media,mentre sono in costante aumento i costi scaricati sulle famiglie. Non ci meravigliache l'Italia sia al terzultimo posto per percentuale di giovani laureati. E lascuola? Peggio ancora. Ben al di sotto della media Ocse in relazione a tuttigli indicatori, compresi gli indici di inclusione sociale, tranne rare edisomogenee eccezioni: un sistema scolastico fortemente polarizzato e con unasituazione di reale emergenza al Sud, maglia nera per i numeri delladispersione. E intanto gravano gli ulteriori tagli previsti dalla legge distabilità per il 2015. Se ne dovrebbe concludere che, per arrivare a un similedisastro, ci siano voluti almeno vent'anni di soli governi e ministri didestra. Ma la storia ci dice tutt'altro.
    A determinare la disarticolazione del sistema nazionale dell'istruzionepubblica è la legge istitutiva dell'autonomia scolastica (Bassanini, 1997) cheistituisce tanti centri di istruzione separati e in competizione tra loroquanti sono gli istituti scolastici. Con l'autonomia il preside diventa managere promuove la sua scuola sul mercato. L'autonomia si nutre di vuoto didatticismo(«saper essere»), di formule burocratico-pedagogiche («imparare adimparare»). La rinuncia a una cultura complessa, profonda e disinteressata,viene suggellata dai cantori dell'autonomia con l'ideologia delle competenze.
    La progressiva diminuzione delle spese per l'istruzione inaugurata da Bassaninisi accompagna, con la legge Berlinguer sulla parità, a un costante aumento deifinanziamenti alle scuole private, perlopiù cattoliche. A partire dal 2000, colplauso del governo D'Alema I, Confindustria e Santa Sede, il dettatocostituzionale verrà sistematicamente eluso e gli oneri dello Stato neiconfronti delle scuole private cosiddette paritarie aumenterannoprogressivamente.
    Anche per il 2015, a fronte dei tagli per scuola e università statali, 200milioni di euro verranno loro generosamente elargiti. La riforma federativa delTitolo V della Costituzione (governo D'Alema II) spazza via le ultimeincertezze in materia: regionalizza l'istruzione e permette alle Regioni diistituire voucher per le scuole paritarie.
    Insomma, con Berlinguer e D'Alema chi manda i figli alla scuola cattolica vienepagato, mentre nelle scuole statali i termosifoni non partono e i soffitticrollano. Altro che carta igienica.
    Irretito dalla strategia del mosaico, nello stesso «anno d'oro delle riforme»,Berlinguer mette mano agli ordinamenti universitari: il 3 + 2, concepito aParigi e partorito a Bologna, lungi dal determinare le magnifiche sorti eprogressive dell'università italiana, produce un'insopportabile proliferazionedi corsi di laurea e sedi decentrate, e una drammatica frammentazione edequalificazione del percorso formativo. Il tutto senza che diminuisca ilnumero di abbandoni dopo il primo anno, o che cresca il numero dei laureati,ancora di 15 punti percentuali al di sotto della media europea.
    Pochi anni e qualche «ministro per caso» dopo, ecco le déluge. Gelmini,strumento cieco dell'occhiuto Tremonti, darà all'intero sistema il colpo digrazia, riformando e depauperando (da centrodestra) scuola e università, colplauso dell'illustre predecessore (di centrosinistra), da cui ha ben appresol'arte della descolarizzazione, della disarticolazione, dell'aziendalizzazione,della govemalizzazione. Vaniloquio? Chiunque abbia un figlio, un nipote o unvicino di casa a scuola o all'università sa di cosa stiamo parlando.
    Oggi Stefania Giannini, che ha concepito il suo incarico di ministra cometrampolino per un'elezione europea miseramente fallita, lungi dal difendere ciòche resta di scuola e università, fa il defilè per Renzi e tenta laquadratura del cerchio, promuovendo la definitiva dismissione dell'istruzionepubblica, consegnata al mercato senza neppure un briciolo di rammarico.
    La consultazione fasulla è già finita nelle maglie di una Legge di stabilitàche prefigura per il 2015 una scuola privata della possibilità minima disussistenza. Una scuola, appunto, privata.
    La ricetta Renzi è perfettamente sovrapponibile alle 100 proposte diConfindustria: arretramento dello Stato, tanto volontariato, benevolifinanziamenti privati, in nome di un malinteso richiamo al principio disussidiarietà, certo non applicabile a un'istituzione della Repubblica. Etvoilà la scuola-azienda, stipendi da fame e condizione di lavoro servile, èservita. Gli studenti nostalgici che ancora invocano il «diritto allo studio»imparino dai loro docenti della scuola pubblica le competenze del terzomillennio: pensiero unico, flessibilità, precarietà, delocalizzabilità,silenzio.
    Ma sì, che diavolo: come ci insegnano i cattoliberisti di Confindustria o delPd, istruzione e cultura son roba da ricchi.
    Anna Angelucci e Maurizio Matteuzzi

  3. Esame di maturità: si tornerà all'era Moratti

    —  Ro. Ci., 15.9.2014


    La riforma dell’esame di matu­rità arri­verà in un decreto legge che il governo varerà a gen­naio 2015. Secondo il nuovo annun­cio del mini­stro Gian­nini, a giu­gno del pros­simo anno si dovrebbe tor­nare all’epoca Moratti. Le com­mis­sioni esa­mi­na­trici avranno solo mem­bri interni, men­tre il pre­si­dente arri­verà dalla pro­vin­cia. Una deci­sione che sem­bra essere det­tata, tra l’altro, da moti­va­zioni eco­no­mi­che. Verrà can­cel­lata la tesina, «un atto com­pi­la­tivo». Per i tecnici-professionali annun­ciata la valu­ta­zione delle espe­rienze di appren­di­stato, lavori «più teo­rici» per i licei. L’esigenza di rifor­mare la matu­rità obbe­di­sce in realtà all’entrata in vigore di un altro det­ta­glio della riforma Gel­mini: la valu­ta­zione della lin­gua stra­niera. Dovrebbe essere la terza prova. Sono invece in molti a cre­dere che tale prova con­si­sterà nel “quiz­zone” Invalsi, non amato dagli stu­denti e dai docenti. Anche di que­sto si par­lerà nella con­sul­ta­zione che il governo ha lan­ciato ieri online fino al 15 novembre.


    Ministri sui banchi spot a larghe intese

    —  Roberto Ciccarelli, 15.9.2014
    Nella giornata in cui otto milioni di studenti rientrano in aula in quindici regioni, il premier ha pubblicizzato la riforma che piace anche a Mariastella Gelmini. Tutto l’esecutivo ha ribadito l’impegno ad assumere «149 mila precari» a settembre 2015. Ma nessuno ha spiegato perché il contratto dei docenti dovrà fermarsi per un altro anno e gli scatti di anzianità saranno sostituiti con quelli «di competenza» comprimendo ulteriormente i già magri stipendi. Gli studenti si preparano a protestare venerdì 10 ottobre


    Primo giorno di scuola per il governo Renzi. Con la car­tella e lo zaino in spalla, ma senza grem­biule, ieri molti mini­stri si sono seduti tra </CW><CW-5>i ban­chi. Facen­dosi largo tra inse­gnanti e docenti, il pre­si­dente del Con­si­glio Renzi è andato alla Don Pino Puglisi, nel quar­tiere Bran­cac­cio di Palermo, Gian­nini all’istituto tec­nico agra­rio Emi­lio Sereni di Roma, Madia al Neruda di Roma Nord. Poletti, Del­rio e Gal­letti in Emi­lia Romagna.
    In una gior­nata di mas­sic­cia pro­pa­ganda rivolta a quasi 8 milioni di stu­denti di 15 regioni (domani aprono le scuole anche in Puglia e Sici­lia), Renzi ha riba­dito l’impegno di assu­mere «149 mila pre­cari» a set­tem­bre 2015. Nes­sun espo­nente dell’esecutivo ha spie­gato per­ché il con­tratto dei docenti è stato bloc­cato anche per il 2015.
    Ai docenti pre­cari con il tiro­ci­nio for­ma­tivo attivo (Tfa) che lo hanno con­te­stato a Palermo insieme agli stu­denti medi, Renzi non ha spie­gato per­ché non ver­ranno assunti, dopo averli obbli­gati ad abi­li­tarsi. In que­sta situa­zione ci sono anche gli abi­li­tati Pas: in totale oltre 80 mila per­sone. Nel 2015 que­ste per­sone rischiano di restare disoc­cu­pate se non riu­sci­ranno a vin­cere una cat­te­dra nel con­corso che il Miur si appre­sta a ban­dire. Nella «buona scuola» ci sarà infatti solo un’unica fascia di inse­gnanti abi­li­tati da uti­liz­zare nei rari casi in cui le sup­plenze non potranno essere coperte con i docenti di ruolo.
    Il nuovo anno sco­la­stico è comin­ciato all’insegna dello slo­gan: lavo­rare (non) tutti per gua­da­gnare tutti di meno. In attesa della par­tenza della con­sul­ta­zione pub­blica e online sul «patto edu­ca­tivo» (www​.labuo​na​scuola​.gov​.it), Renzi si è espresso in maniera crip­tica sulla risorse neces­sa­rie per le assun­zioni. «Faremo di tutto per assu­mere i pre­cari. – ha detto — Non vuol dire che li but­te­remo den­tro, ma che stiamo cam­biando il sistema per far sì che ciò avvenga. Ma occorre fare uno sforzo da parte di tutti per cam­biare il sistema».
    Il pre­mier intende finan­ziare il nuovo sistema (900 milioni di euro pro­messi nella legge di sta­bi­lità 2014, altri 2,7 nel 2015) tagliando le sup­plenze brevi. In que­sto modo rischia di met­tere alla porta cen­ti­naia di migliaia di pre­cari non inclusi nelle gra­dua­to­rie ad esau­ri­mento, ma che lavo­rano già da anni nella scuola. Ai 149 mila pre­cari che pro­mette di assu­mere, Renzi chiede invece lo «sforzo» di rinun­ciare all’aumento dei loro magri sti­pendi. In più dovranno rispon­dere alle chia­mate del preside-manager per tap­pare i buchi lasciati dai docenti assenti. Il governo la chiama «mobi­lità». In realtà si tratta del vec­chio «lavoro a chia­mata» (job on call) adat­tato ad un per­so­nale che dovrebbe rice­vere uno sti­pen­dio ogni mese. A que­sti pre­cari il pre­mier non ha spie­gato per­ché gli «scatti di com­pe­tenza» che sosti­tui­ranno quelli di anzia­nità riguar­de­ranno solo il 66% dei docenti «meri­te­voli» e si tra­dur­ranno a regime in tagli agli sti­pendi fino a 331 milioni di euro (da 26 fino a 75 euro a testa).
    In una gior­nata pas­sata all’offensiva, dove non c’era spa­zio per con­trad­di­zioni ma solo per un oriz­zonte radioso, la mini­stra dell’Istruzione Gian­nini si è difesa dalle cri­ti­che al pro­getto sulla «buona scuola»: «Mai par­lato di azien­da­liz­za­zione», ha assi­cu­rato. E ha pun­tato sull’«oggettività» della valu­ta­zione quan­ti­ta­tiva che misu­rerà il «merito». Un’oggettività con­te­stata dagli stu­denti e dai comi­tati dei pre­cari in quanto espres­sione di una visione “neo­li­be­ri­sta” dell’istruzione ispi­rata alla con­cor­renza tra gli inse­gnanti e ad una cul­tura basata sul “problem-solving” e non sulle capa­cità critiche.
    Men­tre la rete degli stu­denti medi ha fatto un blitz ieri al Miur, gli stu­denti dell’Uds hanno con­te­stato Gian­nini a Roma e la mini­stra della Difesa Pinotti a Genova: «Non è la scuola a dover pie­garsi ad un modello di svi­luppo ingiu­sto che inve­ste in basse com­pe­tenze e che ci vuole solo pre­cari – ha detto il coor­di­na­tore Uds Danilo Lam­pis — ma è il modello di svi­luppo a dover cam­biare a par­tire da un rin­no­vato ruolo dei saperi».
    Venerdì 10 otto­bre tutti gli stu­denti scen­de­ranno in piazza per con­te­stare la riforma. I Cobas di Piero Ber­noc­chi hanno dichia­rato lo scio­pero gene­rale pro­prio quel giorno. È pro­ba­bile che in piazza ci saranno anche i pre­cari abi­li­tati esclusi. Uno scio­pero dell’Unicobas ci sarà già domani.

     ilmanifesto.info/ministri-sui-banchi-spot-a-larghe-intese 
  4. Precari contestano alla festa dell'Unità a Milano
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